<%@LANGUAGE="VBSCRIPT"%> Chiesa di Santa Maria ad Cryptas a Fossa (AQ) - L'Edicola
L'Edicola

L'edicola della Chiesa di Santa Maria ad Cryptas

Anch'essa completamente decorata risale alla prima metà del XV° secolo

Edicola




In fondo alla parete settentrionale, nella prima metà del XV° secolo, fu addossata l’edicola completamente decorata.






Accanto all'edicola con stemmi forse delle casate committenti e sottarchi con motivi geometrici e giochi di vasellame Per le pitture esterne abbiamo su un lato “Santa Caterina d’Alessandria” riconoscibile dalla ruota dentata, simbolo del suo martirio, mentre a destra c’è “San Rocco” invocato contro le pestilenze e per questo molto famoso e vicino al popolo. Lo identificano la piaga sulla coscia, il bastone, il vestito da pellegrino, il cane con il pane in bocca.
Sull’altro fianco dell’edicola sono raffigurati alcuni stemmi, forse delle casate committenti, mentre i sottarchi sono arricchiti con motivi geometrici e giochi di vasellame.

Santa Caterina d'Alessandria e San Rocco

Visitazione - Incontro tra Maria ed Elisabetta, madre del Battista







L’interno dell’edicola, a sinistra, presenta la scena della “Visitazione”, l’incontro, cioè, tra Maria ed Elisabetta, madre del Battista.
Fin qui i dipinti possono essere attribuiti allo stesso artista delle pitture del 1506 che, quasi certamente, riprese di suo pugno l’originale dipinto trecentesco.








Volta dell'edicola - Incoronazione della VergineE’ invece diverso l’autore della scena sulla volta dell’edicola dove è raffigurata l’ “Assunzione” e “Incoronazione” della Vergine per mano di Cristo.
I personaggi sono inseriti nell’antica mandorla orientale di derivazione bizantina che tra il ‘400 e il ‘500 tornò ad essere un elemento iconografico particolarmente in uso in Italia Centrale.
Intorno alla mandorla, tutto in giro, volti di puttini fiammeggianti, caratteristici dell’arte umbra. Ognuno dei quattro vertici della volta presenta l’attributo degli Evangelisti, quindi l’ “Angelo –uomo”, simbolo di San Matteo, il “Bue”, simbolo di San Luca, il “Leone Alato”, simbolo di San Marco e, infine, l’“Aquila”, simbolo di San Giovanni Evangelista.
Nell’altarino cinquecentesco, sottostante l’edicola, era inserita originariamente una tavola lignea raffigurante la “Madonna del Latte”. L’opera, che rappresenta una delle pale d’altare abruzzesi più antiche che si conoscano, insieme alla “Madonna del Latte di Montereale” e a quella di “San Pio di Fontecchio”, è oggi conservata presso il Museo Nazionale d’Abruzzo a L’Aquila. Madonna del latteNella collocazione originaria è posta oggi una riproduzione fotografica su tela. Per quanto riguarda la tecnica di esecuzione del dipinto, si tratta di una pittura a tempera applicata su legno.
La tavola misura complessivamente m. 1,29 in altezza x m.0,70 in larghezza e ad essa furono applicati, in un secondo tempo, due sportelli laterali di cui oggi resta solo un frammento conservato sempre nello stesso museo accanto alla tavola lignea. La pala è datata e firmata sulla base del trono: “ A.D>M.CC>OCTOGESIM>III GENTIL.D.ROCCA ME. PJ.X:” ovvero “Nell’anno del Signore 1283 Gentile da Rocca mi dipinse”.
Sulla vita artistica dell’autore non si hanno notizie certe tranne quella che attesta la sua presenza nella realizzazione degli affreschi dell’eremo celestiniano della Badia del Morrone tra il 1271 e il 1294. Certamente il maestro Gentile da Rocca era un pittore locale e la sua tecnica denota la semplicità di un autore senza grosse pretese. Nel dipinto colpiscono il forte e crudo realismo che appesantisce i contorni rendendoli quasi metallici, le figure stereotipate nella posizione frontale, il “Cristo Bambino Pantocrato” e infine le gote circolari rossastre dei personaggi: tutti elementi che riconducono agli schemi iconografici dell’arte bizantina. Ma colpiscono davvero altresì nell’opera particolari non prevedibili in un artista di formazione locale, che solo dei probabili contatti con artisti più colti possono spiegare: nel dipinto è chiaro il riferimento dell’autore ai più celebri maestri del periodo che andavano acquistando una maggiore sensibilità nei confronti dello spazio e della realtà. Nel dipinto vediamo, infatti, come egli ebbe l’esigenza di dare un risalto fisico ai suoi personaggi e lo fece servendosi, in primo luogo, del trono che gli offrì un seppur primitivo senso di profondità e gli permise di posizionare le gambe della Madonna accennate dalle pieghe della veste in modo da creare uno spazio dove si potesse inserire, a sua volta, il Bambino.
Altrettanto interessante è la particolarità del tema rappresentato nella pala: la Vergine assume il duplice ruolo di Madonna “Regina” posta su un trono come simbolica presenza del potere divino in terra e di Madonna “Madre” che umilmente mostra con il gesto dell’allattamento il suo lato umano di procreatrice e sostenitrice di vita.
Così mentre la tradizionale veste rossa ne simboleggia la carnalità, il manto blu, il trono e l’aureola stanno ad indicare la sua regale divinità. Pertanto la Madre di Cristo diviene il tramite che Dio ha scelto tra sé e l’uomo.
Sappiamo che quest’opera di incommensurabile valore è restata ignorata per secoli sotto pesanti rifacimenti tardo quattrocenteschi e solo nel 1921, grazie allo studioso Igino Di Marco, fu riscoperta come uno dei maggiori valori storico-artistici della nostra regione. In seguito al restauro del 1945, condotto dall’Istituto Centrale del Restauro, il dipinto è tornato ad essere il più vicino possibile alla sua immagine originale.